mercoledì 19 novembre 2014

La "terza persona".


Secoli fa il mio cognome si scriveva diversamente.
Da dove vieni?
Da nessun posto in particolare. Vado dove voglio e faccio quello che posso. Per questo sono nei guai. Diciamo che sono quella cosa che parecchi sentono… in esilio.
Perché sei nei guai?
Un uomo onesto è sempre nei guai… ricordatelo.

La follia di Henry
Che cos’è che serpeggia sempre “tra te e te”? Sei ancora… “tu”? E cosa sei tu? Oppure (pre)ferisci: chi sei tu? Ehm, non lo sai, vero! Nessuno lo sa. E senza questa risposta dove credi di poter andare? Pensi quindi esisti? He He He… 
La natura è frattale, ossia, (ri)flette; immagina te che gli appari davanti… è te che ella riflette. E uno specchio è, forse, dotato di intelligenza? È, esso, vivo nella misura in cui lo sei tu? Lo specchio che hai conosciuto nella fiaba di “Biancaneve” è vivo solo perché risponde alla domanda iniziatica? E che cosa dice? Che cosa afferma? Che cosa… provoca, evoca?
L’animo dello specchio è puramente sincero? Oppure, egli ha facoltà di (in)disporre i vari livelli di interlocutori, attraverso le proprie “risposte”? Chi comanda chi? Col(u/e)i che pone la domanda (inizia), oppure lo specchio stesso attraverso ciò che afferma, ben conoscendo chi formula il quesito/desiderio/auspicio?
 

L’inconoscibile ha ormai preso, in questa (ir)realtà, una forma preventiva e prevenuta. Tutto passa attraverso un inquadramento programmatico, che (con)segue nel tempo convenzionale…
Il linguaggio veicola manipolazione e strumentazione (tra l’altro). 
All’individuo spetta il compito (non scritto) di interpretare ciò che ode, attraverso la propria bussola interiore, che non si sa nemmeno se funzioni. Tutto è così… “malfermo”.
Senza indicazioni chiare e precise, non più (ri)cordate. Se non (ri)cordi… ogni manufatto va in pezzi sotto all’azione del tempo e dell’incuria (noia, stress, bisogni apparentemente diversi).

Ci sono tre terze persone
  1. Egli
  2. Ella
  3. Essi…
La follia di Henry
La persona è una categoria grammaticale che indica il ruolo o la posizione di qualcosa o qualcuno rispetto a chi sta parlando. Si tratta di un riferimento… profondamente legato al contesto in cui nasce l'atto dell'enunciazione. Gioca un ruolo di primo piano nella coniugazione.
  • la prima persona (io) indica grammaticalmente chi sta parlando;
  • la seconda persona (tu) indica l'interlocutore;
  • la terza persona è la più complessa e funge da categoria di riserva, raccogliendo in sé un po' tutto ciò che non trova posto nelle prime due; comprende di solito gli oggetti, persone che non rientrano nelle prime due categorie e le forme di cortesia nella lingua italiana o in altre come quella tedesca.
Alcune grammatiche classificano le persone noi, voi, essi rispettivamente come quarta, quinta e sesta persona. È però più consueto considerarle come prima, seconda e terza persona plurale.
Non è scontato poter dire quali e quante siano le persone di una lingua, dato che la persona non è una categoria universale, il che vale soprattutto per il plurale:
basti pensare al fenomeno del noi inclusivo ed esclusivo, ad esempio nella lingua indonesiana, in cui esistono due forme della prima persona plurale (noi):
kita e kami si distinguono tra di loro perché la prima indica un'inclusione di chi sta ascoltando, mentre la seconda indica un'esclusione.
In italiano vale invece il discorso contrario, dato che l'uso di noi può includere l'interlocutore o anche escluderlo (e può dunque causare equivoci).
La stessa definizione di plurale si differenzia in vari casi, potendo esistere anche il duale (la lingua yele ha un pronome duale), eventualmente distinto in inclusivo ed esclusivo...
Link
Alla luce di SPS e, anche, dell’articolo di ieri… rifletti su questi estratti di citazione:
  • la terza persona è la più complessa e funge da categoria di riserva, raccogliendo in sé un po' tutto ciò che non trova posto nelle prime due
  • alcune grammatiche classificano le persone noi, voi, essi rispettivamente come quarta, quinta e sesta persona. È però più consueto considerarle come prima, seconda e terza persona plurale
  • non è scontato poter dire quali e quante siano le persone di una lingua, dato che la persona non è una categoria universale, il che vale soprattutto per il plurale 
  • basti pensare al fenomeno del noi inclusivo ed esclusivo, ad esempio nella lingua indonesiana, in cui esistono due forme della prima persona plurale (noi) 
  • kita e kami si distinguono tra di loro perché la prima indica un'inclusione di chi sta ascoltando, mentre la seconda indica un'esclusione...
La terza persona”:
  • è la più complessa
  • raccoglie in sé tutto ciò che non trova posto nelle prime due
  • prima, seconda, terza persona plurale
  • non è scontato poter dire quali e quante siano le persone di una lingua
  • fenomeno del noi esclusivo... indica un’esclusione… di chi sta ascoltando.
E che dire, ancora, del “plurale maiestatico”?
"Considerando Noi le larghe e forti istituzioni rappresentative contenute nel presente Statuto Fondamentale come un mezzo il più sicuro di raddoppiare coi vincoli d'indissolubile affetto che stringono all'Italia Nostra Corona un Popolo"...
(preambolo allo Statuto albertino)
Il plurale maiestatis o plurale maiestatico (dal latino pluralis maiestatis, plurale di maestà) si ha, nella lingua parlata o scritta, quando chi scrive si riferisce a se stesso usando la prima persona plurale anziché singolare...
"Noi... gli Dei"...


Noi”: una singola persona che parla per/a nome proprio e di altre contemporaneamente, nell’accezione di indicare “tra le righe”, oltre a se stesso/a, anche una intera categoria (famiglia, dinastia, casa… e relativi plurali) di “dominatori(nobiltà superiore, regnanti, sovrani, capi, etc.)…
Il monarca - termine derivante dal latino tardo mona°rcha(m), che è dal greco monárchìs, composto di mónos (μόνος) "solo", "unico" e -árchìs, da árchein (ἄρχειν), "governare", "comandare" - è un capo di Stato che fino alla nascita delle monarchie costituzionali assommava in sé i tre poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario).
Il termine sovrano ha invece un valore generico, e comprende i vari titoli usati nelle singole monarchie…
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La parola monade deriva dal greco μονάς monas (a sua volta derivante da μόνος monas che significa "monas- " "uno", "singolo", "unico") e ha assunto differenti significati a seconda dei contesti in cui è stata utilizzata…
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Ti fa così paura pensare che “tu sia solo ed unico”? 
Se sei convinto di ciò, allora… tenderai a non essere mai “solo” e, quindi, “unico” nella "tua" realtà. Il concetto di “Uno”, derivante da qualsiasi interpretazione del pensiero umano, sia alla luce religiosa, spirituale, sociale, naturale, logica, etc. ®assomiglia (in Word è curioso che digitando la lettera "r", tra parentesi tonde, si formi il simbolo del "copyright/marchio registrato". Tutto ciò è frattalmente "curioso") ad un qualcosa di “costruito ad hoc”.
Perché e da chi?
Perché: per comandare indisturbato, mentre ti “aggrovigli” coi pensieri, sulle tracce di una chimera.
Chi: dalle “terze persone” che, se esistono nella grammatica e nel codice di leggi sociali, allora devono per forza anche esistere, anzi… essere descritte frattalmente da tutto ciò che (con)segue nella (ir)realtà di (ri)ferimento (con la quale continui a “ferirti”, ossia, il loop che "ti ha", incontrovertibilmente).
La “terza persona” indica un luogo comune? Un modo per inglobare ogni tipo di situazione grammatical-legislativ-religios-spiritual-reale?
Oppure… la “terza persona” indica, (in)direttamente, quella presenza d’insieme che ti controlla in leva, non localmente, attraverso la “scarsità” apparente del/nel Mondo?
Non sei mai… solo/a.
C’è da avere paura, vero?
Ed è, infatti, proprio per questo che “hai evocato" qualcosa da te e/o dall’ambiente. Paura chiama paura, nel senso che… la condizione di base della realtà è la propria costruzione a partire dalla proprietà frattale e riflessiva dello scenario o circuito primario.
Un qualcosa che si plasma in funzione di una relativa sollecitazione/(ri)flessione, che tiene conto delle caratteristiche di base “native” e che può agire come per autorizzazione (in)diretta degli individui che vi si (ri)flettono, anche senza saperlo o, chissà, senza più (ri)cordarlo…

Tu fai parte del "circuito".
Non importa, ora, che cosa sai, che capisci e che cosa eserciti, nello scenario reale, perché esso risponde sempre di (con)seguenza, assumendo configurazioni di se stesso in funzione delle (im)pressioni che riceve, nello stesso modo attraverso il quale un moderno schermo “touchscreen capacitivo” risponde alle sollecitazioni ordinate ed intelligenti impartite dalle tue dita.
Ma... che ne diresti se questo “discorso” fosse, diciamo, manipolabile attraverso l’implementazione di un secondo “circuito”, sovraimpresso “sopra” a quello primario? Qualcosa che sembra auto avvenire ma che, in realtà, avviene per causa di una “terza persona”
Come (ri)assumi il naturale e l’artificiale se… ti mancano i termini per definire “naturale e artificiale”? Se non “vedi” la (com)presenza che ti precede sempre, facendoti vivere in una sorta di differita della “tua” Vita?
Se non tieni in considerazione tutte le variabili e le costanti, come puoi anche solo pensare di “avere compreso”? Chi è un “illuso”? 
Il circuito secondario si interfaccia a quello primario. Come? Beh… come fa un virus?
La terza persona è una rotazione di (com)presenze, che auto esistono ad ogni livello dell’organizzazione dell’esistenza… ed il "corpo" è un'arca.
Una lobby è, ad esempio, ad un certo “punto di/del reale” una terza persona. (Ri)corda che esistono anche “persone giuridiche” (persone non fisiche) (ri)conosciute dall’ordinamento sociale degli Stati “evoluti”…
Una persona giuridica è un “contenitore” (non umano) che "ha", al suo interno, un “complesso organizzato di persone e di beni al quale l'ordinamento giuridico attribuisce la capacità giuridica facendone così un soggetto di diritto”… Link
L’eggregora è una “terza persona” ma, a questo livello, fai fatica a (ri)comprendere cosa esattamente sia una… eggregora. Con te funziona meglio l’esempio che (ri)esce a raggiungerti alla “coordinata”, entro la quale sei meglio rappresentato, perché sei “lì”.

Ad esempio:
tra i due litiganti, il terzo gode.
Quando una coppia si lascia, è molto spesso perché “un/a terzo/a” persona si è ricavata lo spazio sufficiente e necessario per (s)cambiare i giochi di forza e di attrazione…
Ma… la più strategica (com)presenza della “terza persona” è quando accade che il principio “terzo” (ri)esce a controllare la situazione osservata, modificandola ad hoc (interesse) senza che per questo, il principio terzo stesso debba necessariamente apparire nel medesimo piano (scena) entro il quale auto avviene l’accaduto.
  • (auto)avviene: ciò che avviene in una scena sembra “accadere per cause tutte presenti in loco” ma, in realtà, ciò è solo quello che le parti in causa suppongono veder avvenire, non (ri)uscendo a tenere in considerazione (percepire) la (com)presenza, che dirige l’accaduto dalla propria posizione (im)possibile da osservare. Le persone si convincono che tutto (auto)avviene da sé, per cause proprie e, dunque, naturali.
  • avviene: ciò che accade, in “soldoni”, tenendo in considerazione ogni tipo di attore più o meno “visibile” entro la scena. È una situazione desumibile frattalmente anche attraverso la constatazione del “fatto”, che la scena è inserita in un contesto che fuoriesce da un passato e, dunque, da una storia pregressa. Qualcosa che solitamente tende a (s)fuggire ma non a placarsi in termini di (con)seguenze.
Il vortice nel quale “sei”, è un mix che si auto alimenta per via delle possibilità contenute all’interno delle espressioni che (ri)utilizzi per esprimerti (linguaggio). La “lingua” è un accumulatore energetico in grado di alimentare e nutrire ogni tipo di situazione
Attraverso la lingua tu non ti capisci e, dunque, non capisci.

È tutto insito in quello che “vedi”, anche se quello che vedi è parziale (Analogia Frattale).
Anche se “hai sempre tutto attorno a te”, non è detto che, però, tu sia in grado di (ri)comprenderlo in te e nei “tuoi” processi più o meno logici, etc.
Microbiologi, resistenza a antibiotici minaccia sempre più grave…
Link
Nel tuo non (ri)comprendere… fai “resistenza”. A cosa?
A qualcosa di te, che in te non si auto realizza e che contribuisci (in)direttamente a rafforzare in questi termini. A quella parte di te che non è “terza, rispetto a te”, dove per “te” devi intendere “te stesso, nella tua sostanza unica ed inalterabile, che "è" e che non tende a divenire nient’altro da quello che è"…
L’Uno è un concetto trappola, fai attenzione.
Tu sei l’Uno e ciò non significa che sei il tutto, nè tanto meno che sei (ri)compreso nel tutto.
Afferma, concretizza e (ri)evoca la tua “Sovranità”…

Senza paura.

Osa. Credici. In te c’è tutto sin da ora e da sempre. Perché (s)fuggi da te stesso? Che cosa te lo fa credere? 
La “terza persona” è (in)scritta dappertutto. E, ciò, non è mai casuale

La realtà, questa realtà… è corrosiva e virale; in essa attecchiscono le muffe, la ruggine, la (ri)conversione di tutto nel tutto che, poi, è un “nulla”… visto che “non sai”.
Tu, invece, sei qualcosa di diverso e di… alieno.
Come sei capitato “qua”?
Lo shock ti impedisce di (ri)cordare?
Oppure, sei un costrutto artificiale?
La fiaba e la leggenda, l’epica e ciò nel quale credi, la speranza e l’ego, il tempo e lo spazio, quello che (non)sai (sai e non sai)… su cosa puoi contare, nella sostanza, se non solo su te stesso e sulla frattalità? 
E, dunque, come puoi credere che tu sia l’Uno? Che tu sia una “invenzione della terza persona”?
See… alla fine, ti dicono, tutto è “Uno”… ma “uno con cosa”? 
E (ri)torni a ruotare, come una colonia artificiale che continua a vorticare attorno all’interesse che l’ha voluta “”, in quella forma e dimensione.
Se non hai le “risposte”, dove le puoi (ri)trovare?
Quando qualcosa è dappertutto, non la vedi più.
 
Questa realtà è “marcia”:
che cosa significa?
Al di là dei “luoghi comuni”… che cosa c’è?
Se intendi iniziare a (ri)edificare, “da qua il qua”… allora fa per te il “Programma e LSD”.
È “solo” una bozza e, dunque, un inizio. Tuttavia è qualcosa che va nella direzione dell’Oltre Orizzonte; qualcosa di “non convenzionale” (ma non come le “armi”, a nastro di Mobius, delle banche centrali)…
Democrazia, libertà, modernità, agio, tecnologia, gas e acqua calda, diritto di voto, etc.
Il “controllo ti offre corda”; in questa maniera diventi più malleabile, offrendo meno resistenza e, dunque, divenendo sempre più “flaccido”.
Uno “stato” che non puoi recuperare facendo palestra o una corsetta anche abitudinaria, perché non è solo uno “stato fisico”…

Su cosa si regge questa realtà?
Pensa solo/anche a questo ed… osservati:
In India si racconta una bellissima storia. È nelle Upanishad. Anticamente in India i bramini, per tradizione, dovevano dare via ogni cinque anni tutto quello che avevano accumulato col loro lavoro. Ogni cinque anni dovevano dare via tutto! Questo voleva dire che non valeva la pena di accumulare molte cose:
così non ci sarebbe stato gran ché di cui disfarsi
Ora noi chiediamoci:
l’ego ha una continuità?
Ci sono malattie, vecchiaia, incidenti. Bisogna passare per le mani dei dottori, dei maestri di yoga. Alla fine, muoio. Gli Indù, cioè coloro che anticamente abitavano l’India, ritenevano che l’ego continuasse, una vita dopo l’altra, a passare attraverso vari stadi di sofferenza, fino a che giungeva a realizzare il Principio Supremo.
Questo sarebbe il significato di reincarnazione, continuare ad incarnarsi, una vita dopo l’altra. Ma ora noi chiediamoci:
in che cosa consiste questa entità che dovrebbe continuare? Che cos’è l’ego?
È una realtà oppure un impasto di diversi elementi che lo compongono – il vostro nome, la vostra forma, la vostra cultura, il vostro carattere, le vostre dipendenze, il vostro dolore?
Quello però che è stato fatto, pezzo per pezzo, può anche essere disfatto! Capite? È il pensiero che ha lavorato per mettere insieme questa entità.
Il pensiero crea un’immagine che si contrappone ad altre immagini. Questa immagine è l’ego. Ora, guardate:
questa immagine è un’entità costruita dal pensiero e, se il pensiero finisce, non può più essere alimentata; quindi si dissolve in modo del tutto naturale.
Allora, prima di morire, posso vivere facendo sì che questa entità si dissolva?
Quel qualcosa non può andarsene alla fine, quando morite.
Sarebbe troppo a buon mercato. A tutti capita di morire. È un fatto tanto comune morire! Ma quel qualcosa che il pensiero ha messo insieme in ottanta, novanta o cent’anni – il nome, la cultura, il carattere, l’immagine di noi stessi – quel qualcosa che costituisce la struttura stessa della nostra coscienza, può finire mentre siamo vivi!
Questo significherebbe morire mentre siamo vivi.
Capite? Significherebbe vivere con la morte, che è la fine di quello che siamo, invece di stare ad aspettare che la morte venga quando il nostro tempo è finito. Con la fine di quello che siamo, viene una tremenda energia.
Con la fine di quello che siamo, finisce la causa del dolore.
Quando c’è questa fine, viene la compassione. E con la compassione, l’intelligenza. Andare oltre questo punto, significa l’inizio della meditazione…
VI – La fine di quello che siamo - La fine del dolore. Jiddu Krishnamurti
Ora, SPS, affonda il colpo in te e ti “consiglia” di leggere anche questo:
Soppressione della Sovranità Integrale (Link1, Link2)
Dubbi? He He He…
È in questo che ti “muovi”.
Senza una risposta, dove vai?
Senza (ri)comprendere che non sei solo, cosa è naturale e cosa no?
Occorre… coraggio.

La strategia è molto, molto, profonda.
Davide Nebuloni 
SacroProfanoSacro 2014/Prospettivavita@gmail.com