giovedì 6 novembre 2014

(Co)stretti.



Shanti” e “Santi”; due termini agli antipodi della geografia duale Planetaria “oriente/occidente”. Due emisferi del cervello e due emisferi del Globo terracqueo. Una divisione fisica/organica, una divisione convenzionale/parziale…
Presso la religione induista, la parola sanscrita Śānti (solitamente anglicizzata in Shanti o Shantih) indica uno stato di assoluta pace interiore e di serena imperturbabilità, caratterizzato dall'assenza delle frenetiche onde-pensiero (vritti… lett. dal sanscrito vortice, o attività circolare senza inizio né fine... Link) generate dalla mente; l'individuo che ha raggiunto questa pace è estremamente equanime, equilibrato, centrato, moderato, e grazie a questa sua centratura riesce a vivere con perfetta concentrazione e serenità nel qui e ora…
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Santo (dal latino sanctus, participio passato di sancīre, perché "sancito" dalla Chiesa cattolica…) è attributo di un essere, oggetto o manifestazione che si ritiene essere correlato alla divinità. Nel significato moderno, il termine santo è utilizzato principalmente riferendosi a ciò che si ritiene inviolabile, in quanto consacrato da una legge religiosa, oppure venerato religiosamente, o considerato degno di venerazione…
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Due termini non così “distanti” per la "sostanza" alla quale si (ri)feriscono:
uno stato di dipendenza, molto simile a quello provocato dalla droga, (ri)assunta in qualsiasi forma...

Gli orientali sono così "accomodanti". Gli occidentali sono così "approfittanti"... entrambe le caratteristiche sono "coassiali" e (ri)entrano nel maggiore ambito del "controllo", ossia, ad un qualcosa (fatto) che si perpetra e perpetua nel tempo, provenendo da un passato convenzionale, dal quale si (di)parte un futuro convenzionale...
Hai mai pensato a ciò che i termini, ai quali (ri)corri, implicano anche e non solo per assonanza?
Ad esempio, le espressioni… “se ti (ri)ferisci” o “se ti ferisci”… che cosa sottintendono?
  • dal latino referre, narrareLink
  • dal latino ferīre, colpireLink

Le origini dei due termini indicano due azioni distinte, diverse che… l’utilizzo della lingua italiana moderna mischia assieme, perlomeno, a livello di assonanza e di grafica.
Latino:
  • colpire
  • narrare.
Italiano:
  • ferire
  • (ri)ferire.
Ora, che cosa accade quando (ri)corri al termine “(ri)ferire”, allo scopo di “narrare qualcosa”? Che l’assonanza e la grafica indicano, invece, un’allusione stretta al termine “ferire” (ferire due volte o più volte), che veicola tutt’altro significato.
A livello energetico e frattale… succede qualcosa?
La mente, contenuta all’interno dell’attuale paradigma, che cosa (ri)cava (in)direttamente, in profondità e, di (con)seguenza... che cosa emana?
Se ti (ri)ferisci, ti stai “ferendo in continuazione”, ossia, ti stai facendo del male da solo. Stai incidendo con l’energia di ciò che pronunci e che pensi (anche se indirettamente), qualcosa in te e nell’ambiente (anche negli altri)
Il termine “portatore sano” ti dice qualcosa?
Nel gergo medico, significa che tu stai “trasportando e diffondendo, senza saperlo, un principio virale che, a te – per il momento – non sta dando noia, non manifestandosi sotto forma di effetti diretti”.
Un certo tipo di linguaggio implica ed indica, fra le righe, la tua (com)presenza con/verso ciò che trasporti e che, dunque, si cela in te
(Ri)ferire. In che modo ti stai ferendo in continuazione?
Beh… perlomeno continuando a girare attorno a questo modello di realtà, giudicata senza apparente alternativa. Se vortichi in un “giro d’aria” è perché non hai la forza per avere la meglio di una simile manifestazione di potere, per cui, “roteando senza controllo rischi di farti male, ossia, di ferirti e di continuare a (ri)ferirti”.

Ok?
È frattale la questione.
Ergo:
Shanti e Santi indicano la (com)presenza con la/della medesima “fonte di (ri)ferimento”, il che significa che il linguaggio è un filtro d’interfaccia atto a mantenerti sotto al controllo di qualcosa, che non è manifesto e che ti usa come veicolo per il mantenimento (in)diretto dello status quo, ovviamente, gradito solo alla medesima fonte non apparente, da cui trae sostentamento e “ragione”
Sacro e Profano “pari son”, alla luce di ciò che è (in)esistente.
Se manchi della/nella capacità d’osservazione, che non si limita al solo vedere… allora accetti tra le righe (tacito consenso) tutto ciò che ne (con)segue (causa/effetto).

Con decrescita e deflazione per la prima volta i contributi versati all’Inps perderanno valore.
Il documento è chiuso da tempo in un cassetto dell’Inps. Una nota lasciata dall’ex coordinatore generale del servizio statistico attuariale dell’Istituto di previdenza sociale, Antonietta Mundo, colei che fino a poco tempo fa (è appena andata in pensione) sovrintendeva a tutte le stime sul futuro pensionistico degli italiani.
Tra le pagine del dossier c’è un passaggio che suona come un campanello d’allarme. "Se le stime del Mef (ministero dell’economia e delle finanze, ndr) fossero verificate", si legge nel testo che Il Messaggero ha potuto visionare, "sarebbe la prima volta che i contributi versati, anziché rivalutarsi, subiscono un decremento". Per capire di cosa parla Antonietta Mundo e perché il documento, ha creato qualche apprensione già al governo precedente, bisogna fare un passo indietro.

Con il nuovo sistema previdenziale, la pensione è frutto dei contributi che ogni lavoratore accumula. Il datore di lavoro preleva il 33 per cento dello stipendio e lo versa all’Inps. Ogni anno l’Inps rivaluta questi contributi. Un po’ come quando si portano i soldi in banca e la banca paga un interesse. Il tasso di interesse pagato dall’Inps è pari alla crescita media del Pil nominale nei cinque anni precedenti. Il Pil nominale è, grossolanamente, la somma tra il Pil reale e l’inflazione. Insomma, se l’azienda Italia marcia e c’è anche un po’ di inflazione, le pensioni pubbliche saranno soddisfacenti.

Ma se accade, come sta accadendo, il contrario? Se il Pil non cresce e l’inflazione arretra e diventa deflazione, i contributi versati all’Inps invece di aumentare diminuiscono. È come se si portassero 1.000 euro in banca e l’anno dopo se ne trovassero sul conto 990...
Se non si ricomincia a crescere e se non arriva almeno un po’ di inflazione insomma, i futuri pensionati rischiano di essere poveri.
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Capisci a cosa sei "appeso"? Questa è una chiamata continua a che tu rimanga convinto che questa forma di paradigma sia unica e l'unica. E tu, aderendo, (s)vendi te stesso all'insegna di un futuro che dipende dalle variabili economiche, che sono (in)direttamente sotto al controllo di coloro che detengono le caratteristiche centrali, di base, affinché il gio(g)o economico sia una tagliola pubblica che, devi solo sperare, non ti si (s)chiuda addosso (spada di Damocle, loop, paura, futuro).
La tua “forma” (a qualsiasi livello) si adatta, se… una forza maggiore la obbliga a mantenere un certo “iter”, nel corso di un certo tempo. Le (com)presenze si manifestano ad ogni livello, anche se nell’attuale reale… l’una (tras)porta l’altra che, dunque, sembra non apparire mai direttamente…


Indossa corsetto per 7 anni, ora ha un giro vita incredibile.
Il suo obiettivo era quello di avere un girovita simile a quello di una vespa. E dopo anni di duro "lavoro" ci è riuscita. Kelly Lee Dekay da anni ormai vive "costretta" in un corpetto che le ha stretto in modo incredibile il girovita (40 centimetri). Per sette anni ha modellato il suo corpo fino ad ottenere una forma a "clessidra"...
La modella fetish è orgogliosa del suo corpo, che esibisce grazie a un corsetto di cui è "prigioniera" da anni.
Non mancano però i rischi. La respirazione può essere difficile poiché i polmoni sono compressi così come gli altri organi interni. Sollevare oggetti pesanti non è il massimo. "Non vado in palestra in un corsetto, è davvero pericoloso perché faccio sollevamento pesi", racconta la 27enne…
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A che cosa sei “(co)stretto”?

Misha Gordin
Se osservi senza (ri)correre all’analisi (pensiero) e “dai retta” a ciò che, (or)mai, “sai”… è evidente che l’attuale “forma” di attualità/realtà (cor)risponde ad una tua (ri)stretta (in)capacità di essere e sentirti “libero”.
È proprio questa “forma di (ir)reale” che ti (co)stringe a fare/essere quello che non vuoi, perché non sei, (rin)correndo sempre quello che "vuoi diventare".

E, ciò, lo è al di fuori di ogni ragionevole dubbio, essendo un… “fatto”.

Di (con)seguenza (ri)assumi una figura a forma di... ciò che ti (co)stringe (osserva bene; ad esempio, ciò che viene espresso insieme al detto "fatti ad immagine e somiglianza". Ossia: osservati per comprendere)...

Ciò che il "Filtro di Semplificazione" compie già, da ora, a livello frattale!
Che cosa fai e/o puoi fare, per andare alla causa ed eliminare il seme radioattivo che ti confina in qualcosa che ti rende (in)felice?
Tu che cosa fai, usualmente? Ti lamenti ma continui a vorticare e a (ri)ferirti. Ti fai del male in continuazione e, non a caso, esistono forme patologiche di sadomasochismo:
chi fa del male e chi ama riceverlo o farselo da sé.

I "corpi" curvano lo spazio.
La “malattia” è una risposta superficiale, relativa a qualcosa di molto profondo, che non s’evidenzia nitidamente, ad immagine e somiglianza del principio non manifesto, che controlla il Mondo (pagina “Aggiornamenti”).
SPS ha concepito e condiviso il “Programma” e, al suo interno, il “Modello LSD (Libero e Sovrano Denaro)”; che cosa sono lo dovresti, ormai, sapere…
In pratica sono degli strumenti provvisori, atti a contribuire a “liberarti” dalla forma attuale, che hai assunto nel corso del tempo deviato, (d)alla (com)presenza di “chi non sai, perché non vedi”.
Una causa reale fisica (fatto), del tuo (mal)essere, è la necessita mentale del denaro, su base di scarsità.
Pensa, invece, di essere il beneficiario della risorsa naturale infinita “denaro” e che per passione puoi, dunque, intraprendere qualsiasi attività, che sia utile anche alla società. Al di là di ogni vincolo e/o blocco di qualsiasi tipo e di qualsiasi natura relativa all’interesse.

Ringrazia te stesso, non il "cielo".
Libero e Sovrano Denaro; la fine di ogni conflitto legato alla corsa alla sopravvivenza, derivante da una convenzionale constatazione relativa alla scarsità artificiale di qualcosa che è stato, in realtà, inventato al solo scopo di poterti controllare ed amministrare (in)direttamente, in leva, attraverso colli di bottiglia e scatole cinesi, non localmente e “wireless”, etc.
Dipende anche da te, la “tua” scelta.
Anche da te, visto che “non sei solo” in te stesso (Doppio).
La “mente di SPS è un cuore”… 

Esci dalla limitazione dell’orizzonte ed (in)quadra l’Oltre Orizzonte.

Se non vedi oltre al loop, continui a girarci dentro e… dentro… vedi solo il dentro. Anche il cielo, da dentro, è solo un dentro.
Alitalia: Montezemolo è il nuovo presidente
Il cda della nuova Alitalia riunitosi ieri ha designato Luca Cordero di Montezemolo come presidente della compagnia di bandiera…
Link
Alitalia "vola in perdita apparente" da molte decadi.
È un servizio a cui la società non può apparentemente rinunciare, per cui, Alitalia viene costantemente “salvata” dalla società, mentre gli “utili” prendono delle vie non (rin)tracciabili, per mezzo delle maglie larghe della legge e dell’economia creativa.
Alitalia è nel medesimo business central/operativo delle banche; infrastrutture a cui non si può (ancora) convenzionalmente rinunciare
LSD rende le banche “attuali” desuete; pur avendo necessità ancora di uno spazio virtuale (conto corrente) sul quale beneficiare del denaro naturale per diritto sovrano di nascita ed esistenza, la forma attuale di banca viene meno e si (s)monta quasi per intero, rendendola più simile ad un “contenitore passivo” (di comodo) e, dunque, a “prova di bomba o di tentazione/corruzione/speculazione”.


Libero e Sovrano Denaro significa la fine della speculazione e, dunque, dell’adrenalina che ti permette di (ri)ferirti in continuazione
Certo, nella tua condizione attuale di “drogaggio” (dipendenza), non è facile (con)cedere a LSD tutta la centralità che necessita per svilupparsi a pieno; per questo motivo il “Programma” è (pre)visto che entri “a piccole dosi” (step) nella società e, dunque, in te.
Permettiti una opportunità. Apri alla possibilità di “assumere LSD usualmente”… He He He. 
Un piccolo Comune va benissimo. Una doppia circolazione di denaro virtuale iniziale, all'interno di ogni famiglia (coppia), va benissimo…
Ogni rivoluzione, trascorsa, generata negli umani e non dagli umani, è servita solo per servire al/il medesimo principio, che ha (ri)trovato il modo di rendersi “eterno, per mezzo tuo”.
Continua, ora, a leggere l’opera di Jiddu Krishnamurti - La fine del dolore/Discorsi a Saanen; ti farà solo del “bene”…
V – Può avvenire nel tempo un cambiamento psicologico?
La struttura religiosa del mondo occidentale non è mai stata favorevole al dubbio; anzi lo ha scoraggiato, lo ha proibito.
Mettere in dubbio i fondamenti stessi delle istituzioni religiose significa venire accusati di eresia, scomunicati; e un tempo significava anche essere torturati e messi al rogo.
Nel mondo orientale invece il dubbio ha sempre avuto grande importanza; vi si incoraggia a dubitare delle vostre esperienze, delle vostre illusioni, dei vostri modi di pensare. Vi si dice di dubitare della vostra tendenza a credere in qualcosa, perché la mente deve essere libera da qualsiasi illusione, impostata da voi stessi o da qualcun altro…
Io ritengo però che il dubbio sia essenziale.
Dovete mettere in dubbio anche quello che state ascoltando ora. Dovete mettere in dubbio ogni parola della persona che vi sta parlando; e dovete dubitare anche delle interpretazioni che voi stessi date a quanto viene detto. È così che la vostra mente, il vostro cervello si mettono al lavoro, senza essere disposti a dare nulla per scontato.
Se mettete in dubbio quello che dicono i vostri guru – spero non ne abbiate, ma se ne aveste –, se mettete in dubbio la loro supposta illuminazione, la loro idea di essere persone realizzate… se non vi stancherete di mettere in dubbio ogni loro sentimento, ogni loro pensiero, allora scoprirete che state penetrando in profondità nella vostra stessa mente.
Però dovete mettere in dubbio tutto:
concetti, valori, ideali…
Esperienza significa reagire emotivamente a determinati fatti, ma se non capite che cosa significano le vostre reazioni, diventate succubi delle idee e delle affermazioni di un’altra persona.
Ora affronteremo e approfondiremo insieme la questione di come è strutturato il nostro essere e di che cos’è la nostra coscienza.
Con il termine "coscienza" intendo le vostre attitudini, le opinioni, le considerazioni, i pregiudizi, gli ideali, le paure, i piaceri, le persuasioni, le illusioni. Tutto questo fa parte della coscienza. Potete inventarvi una supercoscienza, ma è ancora il pensiero che si inventa quel "super". Capite? A proposito della coscienza e della supercoscienza si sono scritti libri a non finire, che comunque fanno parte delle costruzioni del pensiero.
Cominciamo col chiederci:
perché l’uomo ha dato una così grande importanza al piacere?
In qualunque parte del mondo si trovi, l’essere umano dà una straordinaria importanza al piacere. Perché portate ininterrottamente con voi questa tendenza a ricercare il piacere? Non c’è soltanto piacere sessuale, che trae continuità da tutte le esperienze e le immagini che gli sono legate; c’è il piacere di possedere le cose del mondo, o di possedere una grande somma di esperienze, di conoscenze, di valori ideali. C’è il piacere di aiutare gli altri. Non so se ve ne siete accorti. C’è il piacere del potere – potere fisico o potere psicologico –, il piacere di dominare gli altri, di comandarli, di guidarli; il piacere di possedere poteri extrasensoriali.
Ora ci chiediamo:
perché, fin dall’inizio dei tempi, gli esseri umani hanno dato tanta importanza ad un aspetto particolare della vita, trascurandone altri?...
Perché il piacere vi interessa tanto? Si può farla finita col piacere?
Se viene negato, il piacere si trasforma immediatamente in aggressività, in violenza. Nel momento in cui cercate di negare o di sopprimere un’esigenza che vuole essere soddisfatta, state spingendo quella esigenza a manifestarsi sotto altri aspetti.
Che relazione esiste tra piacere e desiderio? Che relazione esiste tra piacere, desiderio, volontà e amore? Che cosa ha a che fare l’amore col piacere, col desiderio?
Non ha niente a che fare.
L’amore è stato confuso col piacere, non solo quando si tratta di sesso, ma anche in molte altre circostanze. Che relazione esiste tra piacere e desiderio? È evidente che sono strettamente legati.
Si desidera possedere una casa, una donna, un uomo, un titolo, una posizione di prestigio. Si desidera il potere, si desidera la conoscenza. Desiderio implica volere una cosa, agire per procurarsela e provare il piacere di possederla.
Dobbiamo approfondire molto seriamente questa indagine se ci interessa scoprire se esiste una verità suprema, una sorgente fondamentale che è al di là di tutto e da cui scaturisce la vita. Ma per fare una simile scoperta bisogna essere liberi da qualsiasi illusione.
L’illusione esiste ininterrottamente finché c’è desiderio, finché ci sono piacere, paura, dolore. Il desiderio domina la nostra vita:
il desiderio di potenza, il desiderio di comprensione, il desiderio di trovare Dio, di arrivare alla suprema felicità.
Quello che chiamiamo desiderio è una profonda scontentezza che ci brucia dentro, come una fiamma.
Se non siamo capaci di capire il significato di questa scontentezza, se non riusciamo a passarle attraverso per vedere che cosa nasconde, continueremo necessariamente a vivere in un mondo di illusioni, illusioni nei confronti degli altri, nei confronti della verità, nei confronti di qualcosa che può essere al di là del tempo…
Quando non viene trovata la soddisfazione tanto desiderata, ecco che esplodono l’antagonismo, la rabbia, l’amarezza.
Ma è possibile mettere da parte qualsiasi tentativo di sopprimere il desiderio o di disfarsene, identificandosi con una realtà superiore, come cercano di fare i monaci? I monaci, come qualsiasi altro essere umano al mondo, provano desideri, ma cercano di liberarsene identificandosi con Gesù, con Krishna, con Buddha. Il loro desiderio si concentra su un simbolo, su un’idea, su un concetto; tuttavia rimane desiderio
Camminavo con un gruppo di monaci, in quei luoghi stupendi; c’erano fiori, uccelli, colline incantevoli, le acque veloci e increspate dei torrenti; da lontano veniva il suono di un flauto. Eppure quei monaci erano completamente assorbiti nella recitazione dei loro mantra. Se avessero smesso un momento, sarebbe tornato fuori il desiderio. Capite?
Solo quando non facciamo nulla per sopprimerlo, per fuggirlo o per obbligarlo a prendere una direzione particolare, possiamo muoverci alla scoperta del desiderio.
Senza alcuna pretesa di sopprimerlo, muoviamoci insieme a scoprire la sua relazione col piacere e con la ricerca della soddisfazione. Ci stiamo interessando di qualcosa che fa parte della nostra vita, non stiamo inseguendo delle idee, delle teorie estranee alla nostra vita quotidiana. Stiamo guardando proprio la nostra vita di tutti i giorni, fatta di tormento, di noia, di sconforto, di solitudine…
Non possiamo aiutare gli altri se prima non capiamo noi stessi.
Non so se ve ne siete resi conto, ma la maggior parte delle nostre azioni sono guidate dalla volontà. "Voglio fare questo". "Non voglio fare quello". "Dovrei fare quest’altro". "Voglio diventare qualcosa". Ma in che cosa consiste questa azione della volontà?
"Voglio mettermi a meditare". "Voglio seguire quella persona, e non un’altra". La volontà fa parte della nostra violenza. Per capire questa volontà, dobbiamo esaminare a fondo il desiderio, perché proprio la volontà costituisce l’essenza del desiderio.
Che cos’è il desiderio? Come sorge?
Come mai gioca un ruolo tanto importante nella nostra vita di tutti i giorni? Viviamo impegnati in uno sforzo costante per migliorare, per avere una casa più bella, una vita più comoda; lottiamo per diventare diversi da quello che siamo.
C’è bellezza nel desiderio? Il desiderio contiene forse qualcosa di prezioso che arricchisce la mente e dona nuovo significato alla vita? Il desiderio permette forse alla mente e al cuore di sbocciare e di fiorire?
Di fiorire, e non di continuare a diventare, capite?
C’è differenza tra la bellezza di fiorire e lo sforzo per diventare qualcosa. Vi pare? Allora, il desiderio si muove con la bellezza, oppure rimane costantemente legato allo sforzo, all’ansietà, alla scontentezza, all’amarezza? Capite la differenza?...
Andiamo a scuola, studiamo per anni e anni, raccogliamo un’infinità di informazioni, di conoscenze, e poi entriamo nella vita per fare l’avvocato, l’uomo d’affari, oppure il cuoco, il falegname, l’ingegnere, lo scienziato, il fisico, e così via. I casi sono due:
o prima andiamo a scuola e poi ci mettiamo a lavorare in base alla conoscenza che abbiamo acquisito, oppure andiamo subito a lavorare e a poco a poco ci formiamo una conoscenza dall’esperienza che facciamo.
In entrambi i casi, però, basiamo quello che facciamo sulla conoscenza che riusciamo ad acquisire
La cosa, però, che vogliamo mettere in evidenza ora è che esiste un imparare completamente diverso da quello al quale noi siamo abituati.
Sapete, le vostre menti non sono mai tranquille – a parte, forse, qualche raro momento. Non sono mai tranquille, nel senso di avere la capacità di osservare non solo la distesa, la profondità dei cieli e la bellezza della terra, ma anche il vostro stesso essere; di osservare cioè, nel più completo silenzio del pensiero, il modo di funzionare della mente.
Quando potete osservare, in modo del tutto naturale, senza avere motivi particolari per farlo, senza essere spinti dal desiderio di arrivare da qualche parte, allora questa osservazione è penetrazione nel significato delle cose, mentre non c’è alcun accumulo di conoscenza.
Questo modo di osservare ci insegna ad agire immediatamente, partendo direttamente dal fatto che viene osservato. Non so se è chiaro.
Vedete, il nostro cervello è stato profondamente condizionato, abituato ad agire servendosi della conoscenza. Così, disporre di conoscenza è diventato della massima importanza. Ma in questo modo le nostre azioni rimarranno sempre incomplete, perché derivano dalla conoscenza che è irrimediabilmente incompleta.
L’azione che scaturisce dalla conoscenza porterà sempre con sé il dolore, il rimpianto, la recriminazione, l’offesa, il compromesso, la dipendenza, l’imitazione, il confronto.
Ma esiste un modo di agire che non ha nulla a che fare con tutto questo; un modo d’agire che non si basa su alcun ricordo, e che implica una visione immediata, istantanea della realtà.
Dobbiamo renderci conto, prima di tutto, che un’azione che si basa sulla conoscenza acquisita, è per forza limitata.
Conoscenza e pensiero sono limitati; perciò anche le azioni cui danno luogo saranno incomplete, parziali.
Ora, chiediamoci – ponete a voi stessi questa domanda –: esiste un’azione completa in se stessa, totalmente al di là del rimpianto, dell’angoscia, del rincrescimento, della speranza?
Un’azione che sia profondamente armoniosa in se stessa?
Quest’azione c’è e porta con sé l’arte di osservare. È osservare senza alcun pregiudizio, senza alcun motivo, senza fare alcuna scelta.
Possiamo osservare senza avere alcun motivo per farlo?
Potete osservare senza sentirvi indotti a guardare in una particolare direzione? Facciamo un esempio.
Potete osservare, al di là di ogni dubbio, la completa inutilità di seguire un’autorità spirituale?
La mente umana ha subito e accettato la costante influenza dell’autorità spirituale. Siete capaci di vedere quali conseguenze questo fatto comporta nel mondo? Le divisioni, i diversi livelli gerarchici, e così via? Non è necessario leggere un’infinità di libri, studiare il Buddismo, l’Induismo o il Cristianesimo, per capire che dietro le diverse etichette la situazione è sempre la stessa.
Accettare delle autorità spirituali significa distruggere la libertà nell’essere umano. Lo vedete questo?
Senza libertà non è possibile alcuna osservazione.
Una mente libera ha tremenda energia e una capacità straordinaria di osservazione:
guarda un fenomeno nella sua interezza e coglie la natura di quel fenomeno.
È questa osservazione che vi libera dal fenomeno che state osservando – per esempio, l’autorità spirituale –, perché in questa osservazione c’è comprensione.
Penetrare a fondo il significato di un fenomeno è intelligenza, è l’essenza stessa dell’atto di imparare. Avete capito?
Allora, prendiamo il desiderio. Osserviamolo, senza alcuna pretesa di allontanarcene o di liberarcene, senza pensare che non dovremmo avere desideri o che invece non c’è nulla di male ad averne. Semplicemente, osserviamolo all’opera. Osserviamo come nasce. Capite?...
Gli oggetti del desiderio possono cambiare. Ma non è di questi che ci stiamo interessando. È il desiderio in se stesso che ci interessa.
Ci siamo messi ad osservare il desiderio e proprio questa osservazione ci mostrerà quali sono le sue caratteristiche.
In che modo si comincia a desiderare?
È molto semplice. Vedete una cosa, la toccate e ha inizio la sensazione. Vedete una donna, una casa, una macchina o qualcos’altro. C’è percezione visiva, oppure contatto diretto, e ha luogo la sensazione. A questo punto il pensiero interviene, creando una immagine:
l’immagine di stare con quella donna, o con quell’uomo, di vivere in quella casa, di avere quella macchina.
E qui il desiderio comincia. Vi pare? Vi prego, scopritelo per conto vostro. Vedete il tessuto di un paio di pantaloni; li toccate, vi danno una sensazione, e il pensiero comincia a dire:
"Che belli, mi piacerebbe averli!". E qui comincia il desiderio…
C’è il funzionamento dei sensi, che producono le sensazioni; subito dopo il pensiero crea un’immagine, e da lì ha inizio il desiderio. Ora, perché il pensiero crea delle immagini?
È una questione veramente interessante, da approfondire.
Perché il pensiero si mette a creare immagini, simboli, idee? Per quanto intima possa essere la relazione tra un uomo e una donna, il pensiero costruirà sempre un’immagine tra di loro, e questa immagine, anche se verrà modificata, perfezionata, variata, continuerà a dividerli.
Perché il pensiero è sempre all’opera per costruire delle immagini?...
Ora noi ci chiediamo:
che bisogno c’è che il pensiero intervenga con le sue considerazioni? Noi diciamo che proprio a questo punto possiamo imparare qualcosa di nuovo.
Avere sensazioni è del tutto naturale. È naturale reagire a qualcosa di molto bello. Se non accadesse, vorrebbe dire che qualcosa non va nel nostro sistema nervoso, nel nostro organismo fisico.
Fino alla sensazione, va tutto bene.
E la sensazione fa parte del pensiero.
Ma poi il pensiero si mette a creare un’immagine, e l’immagine dà inizio al desiderio, che parte alla ricerca del piacere.
Perché il pensiero non si rende conto che nel momento in cui crea un’immagine fa sorgere anche il desiderio e quindi dà inizio al conflitto?
Non appena il pensiero si rende conto di che cosa è implicito nella creazione di immagini, il desiderio muta completamente e il conflitto non ha più modo di esistere.
Finché il desiderio è mantenuto dalle immagini proiettate dal pensiero, dovrà esserci la ricerca del piacere. E se questa ricerca del piacere verrà ostacolata o contrariata, allora compariranno la paura e la violenza. Perché sta proprio qui la radice stessa della violenza.
Capire a fondo il desiderio, il piacere e la violenza, che sono sempre presenti nella vita quotidiana di ogni essere umano, significa avere la capacità di scoprire che la gioia è interamente diversa dal piacere.
Quando guardate le montagne coperte di neve e le colline, – la giornata è chiara, piena di sole, e il cielo di un azzurro meraviglioso –, quando guardate il profilo delle colline, le valli, le acque scintillanti, la purezza dell’aria... c’è gioia, vero? Che c’è di male?
È meraviglioso provare queste sensazioni.
Ma ecco che il pensiero si intromette e comincia a dire:
"Domani tornerò qui. Vorrei vedere un’altra volta uno spettacolo come questo!".
C’è un momento di gioia; e la percezione di quel momento subito diventa un ricordo. Quella splendida giornata diventa una immagine e vorremmo provare il piacere di trovarci ancora altre volte di fronte a quell’immagine, che però ormai fa parte del passato.
Ma perché – mi domando – dovremmo portarci impressa nella memoria l’immagine di una splendida mattinata?...
Un fatto, un evento, una volta accaduto è finito. Perché il cervello continua a trascinarsi dietro un ricordo? Se dite:
"Speriamo di avere anche domani una mattinata così bella!", quando verrà la bellezza del mattino dopo, voi non sarete capaci di guardarla per la prima volta.
Quando vi portate dietro il ricordo di un momento di bellezza, state aspettandovi il piacere che quel momento si ripeta. Non vi interessa più la bellezza di un istante, che è nuova, ma vi aspettate di incontrare ancora la bellezza che è connessa al vostro ricordo; ma questa non è più bellezza.
Siete alla ricerca del piacere, ma il piacere si muove inevitabilmente insieme alla paura
La paura si è tremendamente radicata negli esseri umani.
Dove c’è paura, c’è oscurità. La mente, il cervello degli esseri umani hanno vissuto costantemente nella paura – paura della solitudine, paura di non riuscire ad avere successo, paura di perdere qualcosa, paura di non essere al sicuro, paura di amare.
Dipendenza e attaccamento significano paura.
Questo lo sappiamo bene. In ogni essere umano la paura ha radici profonde. Sono millenni che viviamo in queste condizioni. Ma abbiamo accettato di vivere con la paura proprio come oggi, in questa nostra epoca, accettiamo di vivere col terrorismo, le dittature, le guerre, le divisioni religiose, o quelle divisioni tribali che chiamiamo nazionalismi.
Accettiamo questo stato di cose perché non osiamo sollevare dubbi. Abbiamo paura di farlo, di sollevare questioni. Siamo nati nella paura e moriremo nella paura.
E questa è veramente una tragedia. Ma ci siamo mai chiesti se la paura può avere fine, in modo completo, definitivo? Forse non lo abbiamo mai fatto
Chiedetevi, per favore, se possa esserci una guarigione definitiva dalla paura. Che cos’è la paura?
C’è la paura del buio, la paura di perdere il posto, di essere licenziati, la paura che vostra moglie vi lasci, o che vostro marito se ne vada con un’altra; c’è la paura di rimanere soli. La paura e sempre in relazione con una cosa o con un’altra. Chiediamoci se possa esistere una paura che non dipenda da qualcosa. La paura può esistere per conto proprio, oppure è sempre connessa a qualcosa?
La paura è qualcosa di innato, qualcosa che ci appartiene come il sangue, l’olfatto, l’udito, la vista, le cellule?
Oppure la natura stessa della paura consiste nel volere qualcosa, nel pretendere sicurezza, nel voler sfuggire alla solitudine, nel voler diventare qualcosa, nel voler sentirsi qualcuno? Esisterà sempre la paura finché ci sarà il movimento del pensiero, del tempo?...
Si cerca di vedere la morte sempre molto in là negli anni, cioè nel tempo. Ma il pensiero di morire genera paura; Questo significa che la paura è un prodotto del tempo e del pensiero. Vi pare? Tempo e pensiero potrebbero anche essere la stessa cosa.
Supponiamo che una persona tema che si venga a sapere qualcosa che ha fatto tempo fa, qualcosa di spiacevole, di poco pulito. Il solo pensiero di quello che ha fatto genera in lei uno stato di paura. Il ricordarsene è opera del pensiero, che si muove nel tempo. Così la paura implica il tempo, e il pensiero, che si muove nel tempo.
Se morissi ora, istantaneamente, non ci sarebbe paura, vi pare?
In un attimo sarebbe tutto finito. Ma vorrei vivere ancora una decina d’anni; così spero che non mi succeda nulla per tutto questo tempo. Paura è tempo. E paura è pensiero.
Siamo arrivati ad un punto molto importante.
Vi prego, rendetevene conto. Se lo capite, avrete capito in modo completo e definitivo anche il tempo e il pensiero. Questo vuol dire porre fine una volta per tutte alla paura. È questa la ragione per cui è tanto importante capire la natura del tempo. Che cos’è il tempo?
Non mi sto riferendo al tempo come successione di ieri, oggi, domani; al tempo che mi serve per imparare a parlare una lingua o al tempo che è necessario per andare da qui fino a Losanna. Le albe e i tramonti, il mattino e la sera sono tempo. Se c’è una distanza da percorrere ci vuole del tempo. Questo tempo è un fatto.
Ma esiste un tempo che non è un fatto.
Se diciamo:
"Ora non sono niente, ma prima o poi diventerò qualcuno, avrò successo". "Non riesco a non arrabbiarmi, ma col tempo imparerò a controllarmi", abbiamo a che fare con un tempo che riguarda la nostra mente.
Ci stiamo servendo, cioè, di un tempo psicologico. Ora mi domando che senso ha questo tempo psicologico. Io metto in dubbio che ne abbia, capite? Potrebbe non avere alcun valore
Abbiamo accettato il tempo psicologico come se fosse un fatto, ma potrebbe essere un’illusione.
"Diventerò ministro, governatore, deputato". In noi c’è la speranza di diventare qualcuno. Il voler diventare qualcosa implica l’accettazione del tempo psicologico. I santi, le persone religiose, i filosofi, sostengono che psicologicamente si possa diventare qualcosa; che il tempo cioè sia un mezzo per raggiungere un determinato stato psicologico.
Ora noi mettiamo in dubbio che tutto ciò abbia un senso.
Il tempo psicologico può anche sembrare una necessità, ma noi mettiamo in dubbio che serva veramente a qualcosa.
Tempo psicologico significa andare da quello che siamo a quello che saremo, da quello che è a quello che dovrebbe essere. Abbiamo creduto finora che possa esistere un cambiamento psicologico nel tempo; ci siamo lasciati convincere che sia possibile, e ormai questa convinzione fa parte della nostra natura, della nostra mente, del nostro cuore, del nostro cervello. Ora io metto in questione il valore di questa convinzione; metto in dubbio che le cose in realtà stiano così.
E vi chiedo:
è davvero possibile diventare qualcosa psicologicamente, servendosi del tempo? È davvero possibile usare il tempo per trasformare quello che è in quello che dovrebbe essere?
Quello che è, è rabbia, paura, gelosia, avidità, solitudine. E ci si vorrebbe allontanare da quello che è, per andare verso quello che dovrebbe essere, verso quello che speriamo si realizzi.
Ma, quello che dovrebbe essere è un fatto?
Oppure solo quello che è, è un fatto? Capite?
Quello che dovrebbe essere... potrebbe non realizzarsi affatto!
Vi pare? Mentre quello che è, è così, è un fatto! Ma allora, se è così, perché la mente si allontana dal fatto, da quello che è, per dare importanza a quello che potrebbe verificarsi?
Perché non è capace di rimanere con quello che è, di viverci insieme, di osservarlo, di capirlo?
Perché continua ad alimentare questo movimento di allontanamento da quello che è?
Perché non siamo capaci – psicologicamente – di rimanere con quello che è, di viverci insieme?
Allontanarsi da quello che è, è tempo.
Ma quando si rimane con quello che è, allora il tempo psicologico scompare. Avete capito?
La mente può rimanere ad osservare quello che è, senza scostarsene, senza andarsene via, prendendo una direzione qualsiasi, orizzontale o verticale?
Per la mente capace di osservare in tutta semplicità quello che è, il tempo non esiste. Noi abbiamo accettato che il tempo psicologico abbia valore, ma se approfondite la questione con molta attenzione, con calma, senza avere alcun motivo per farlo, vedrete che solo quello che è, ha la più grande importanza. Mentre quello che dovrebbe essere non ne ha alcuna!
E nella semplice osservazione di quello che è, quello che è si dissolve! Solo quando ve ne allontanate, quello che è continua a persistere.
Allontanarsi da quello che è, significa disperdere energia, mentre la semplice osservazione richiede attenzione totale per quello che è.
Ci vuole il massimo dell’energia per osservare quello che è.
Può esserci attenzione totale solo quando c’è conservazione completa dell’energia.
In uno stato di disattenzione, è inevitabile allontanarsi da quello che è. Prendiamo, per esempio, una persona gelosa. Quello che è, è la gelosia. Ma di fronte al fatto, cominciamo a dire:
"Perché non dovrei essere geloso? Ho le mie buone ragioni per esserlo!", e cominciamo ad analizzare, a giustificare, a giudicare.
Ma questo significa allontanarsi dal fatto centrale, cioè che sono geloso. Questo movimento che analizza o giustifica la gelosia, se ne allontana, ed è una perdita di energia che non risolverà mai il fatto della gelosia. Capite?
Ma quando c’è osservazione pura, completa, nella quale non entra alcun motivo per disfarsi di quello che è, quando c’è attenzione totale per quello che è, allora in quella attenzione, in quella osservazione, si raccoglie tutta la vostra energia. E quando siete completamente attenti, la gelosia non esiste più. È soltanto nella disattenzione che la gelosia può sorgere e produrre i suoi effetti
La fine del dolore - Discorsi a Saanen. Jiddu Krishnamurti
Ma quando c’è osservazione pura, completa, nella quale non entra alcun motivo per disfarsi di quello che è, quando c’è attenzione totale per quello che è, allora in quella attenzione, in quella osservazione, si raccoglie tutta la vostra energia…
(Ri)corda proprio ciò che afferma Krishnamurti:
il dubbio… metti in dubbio tutto.
Ora, ciò deve essere inteso in maniera (pro)attiva, ossia, “intelligente”… “verità e falsità vanno sempre a braccetto” nel senso che… la causa che le sottintende si (ri)trova all’origine di entrambe le sfere del possibile, ergo… sei proiettato in una situazione d’insieme, all’interno della quale non puoi avere la massima “nitidezza” se continui a separarla, separandoti da te e da essa (dal tutto).
La visione frattale, però, permette sempre di avere la maggiore “visibilità”, potendo abbassare d’ottava lo scenario reale ma non la sua portata (sostanza).
All’interno di una simile conformazione di realtà attuale, anche Krishnamurti (ciò che ha affermato) (di)viene “rumore di (s)fondo” e, dunque, manipolazione (e lui lo sapeva benissimo, avvertendo preventivamente il pubblico relativamente alla necessaria compresenza con/nel “dubbio”).
Tuttavia, a livello frattale, ciò che ha espresso è “vero”, perché depurato dalle portanti dell’interesse, provenienti dal modello di controllo, che (pro)viene dalle spire del tempo trascorso ma non… passato. Ok?
Dubita ma “non dubitare”:
la condizione quantica del “terzo stato” ti permette di mantenere l’osservazione da una posizione di auto osservazione, che “non butta via nulla di quello che capita, perché la riduzione frattale/omeopatica nel reale è sempre… opportuna”.
Vero e falso “pari son”, se tu li mantieni in te, alla luce della tua “sovranità” (presenza, essenza, osservazione). Non importa se non sai nemmeno “cosa sei/chi sei”, etc. Non importa perché non ti interessa più!
E su questo non hai dubbi, perché dimentichi subito questo tuo (non)interesse. Lo esprimi attraverso quello che “proviene solo da te”, al di là di ogni formula di dipendenza, attaccamento, interesse… e da “” (ri)parti o, meglio, “sei”.



Il centro al centroche “è”, senza la necessità di chiedersi “perché”… in quanto “è” e nel suo essere è già (pre)visto tutto. 
Non importa se sei (in) una "macchina", perché hai imparato a trascenderla e, dunque, ad osservarla come un qualsiasi contenitore di “essenza”, qualsiasi cosa sia.
Non importa, non perché non importa, ma, perché “non lo analizzi”…
Ti importa ma… non importa, perché "ne sei al di là e dentro, ossia... sei".
La realtà si (dis)piega senza che tu lo ordini/desideri, perché la realtà si congiunge al dove sei, qualsiasi “distanza vibrazionale” ci sia nel mezzo, perchè non c' nè mezzo nè distanza...
 
Ciò che auto avviene è in sé ciò che “è”…
  • se, ora, introduci la “tua” (in)capacità di pensiero, allora, tutto precipita
  • se, ora, non la introduci, allora, precipiti in una condizione di “vuoto”…


Il “se” è un virus parziale, che ti mantiene nel pensiero, qualsiasi modalità assumi nel mezzo... per cercare di sfuggirgli.
 
Anche se ne sei consapevole, non lo (ri)esci a lasciare questo paradigma.
Sino a quando (s)metti di (ri)feriti ad/con esso.
Lasceresti la transenna che ti separa dal precipitare giù da una torre?
Paura… sempre paura… solo paura.
Da oriente ad occidente.
Quando c’è osservazione pura, completa, nella quale non entra alcun motivo per disfarsi di quello che è, quando c’è attenzione totale per quello che è, allora in quella attenzione, in quella osservazione, si raccoglie tutta la vostra energia






Accade qualcosa in te, quando “ce la fai”; l’esperienza è tua ed avviene nelle modalità che si auto completano in te, per te. Se la racconti, perde di senso e diventa (in)utile.
Quando la vivi, però, non la racconti perché (ri)comprendi che “non serve” (attenzione, ora)...
In questo, di questo… si nutre ciò che “qua” si mantiene fedele alla tua rotta, intercettata e curvata; come gabbiani che seguono le navi per gli oceani, in attesa dell’opportunità di cibarsi e farsi trasportare (in)direttamente.
Sanno dove va la nave? Certo… anche se non lo sanno, visto che non è la prima volta che la seguono, sanno che va in porto, qualsiasi sia ed ovunque sia… vanno in porto.
L'Italia viene finanziata a un tasso di interesse che è lo stesso degli Usa e questo è un enorme successo...
 
Davide Nebuloni 
SacroProfanoSacro 2014/Prospettivavita@gmail.com



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