giovedì 7 gennaio 2010

Le immagini di noi.








In questo 2010 la mia intenzione, il mio obiettivo, la mia "immaginazione", seguirà risolutamente la via della responsabilità nei confronti della nostra “società” globale. Che l’insieme di persone che abitano il pianeta sia una collettività, penso non ci siano più dubbi. Lo si intuisce dal frattale della tecnologia e dello stile di vita “imposto” o caldeggiato dalle forme pensiero, dal paradigma in auge, dal “sentimento” filo possessivo in termini assolutamente materiali. Ad ogni latitudine l’uomo è stato programmato a pensare in maniera molto simile e, tranne alcune e sparpagliate “sacche” intatte di biodiversità, il modello parla oramai una lingua universale. Cellulari, computer, modelli d’intrattenimento più o meno ludici e “passivanti”, automobili e motociclette, lavoro ad ogni costo, sogno di avere una casa di proprietà, divertimento leggero, voglia di vacanza e di staccare, ritmi sempre più indiavolati, etc. Così come anche i problemi sono diventati globali, come ad esempio l’inquinamento in ogni sua forma, la rumorosità, la frenesia, lo svuotamento dei valori personali, etc. Non è proprio possibile, insomma, sostenere che non si viva in una enorme ed unica comunità. E tutto ciò a dispetto di quello che pensiamo inconsciamente e cioè, che non consociamo nemmeno il vicino della porta accanto. Nella ritenuta solitudine viviamo forse il più grosso ed evidente problema della Terra: la paura di rimanere soli, di essere soli, che nessuno s’interessi a noi, nemmeno Dio. Non troviamo più sollievo nemmeno nelle forme religiose, dalle loro immagini pubbliche completamente “sfatte” ed improponibili. Le persone dicono di essere credenti perché fa loro “comodo”, e scrivo questa frase con il massimo rispetto di quei pochi che sono invece assolutamente immersi, anima e corpo, nel contesto di credo abbracciato. Rispetto queste anime perché l’illusione è per essi talmente forte da condurli perlomeno alla coerenza esistenziale tra il dentro ed il fuori, tra l’essere e l’apparire. Dunque, viviamo la collettività espansa al suo massimo livello dimensionale; comprendere questo “fenomeno” è già fare un passo in avanti nel processo "d’apertura" personale. I problemi non sono mai univoci ma globali e compreso questo aspetto della realtà, l’uomo dovrebbe iniziare a “sentire” una certa condivisione, se non di valori almeno di problemi, con il vicino di casa. Il motto “dividi ed impera” è stato tremendamente efficace nel corso della storia. Oggi ognuno di noi è il diretto risultato, il prodotto, di questa temibile “strategia”. Costretti ad interessarci del “giardino” di casa nostra, invidiando quello del vicino, lottando per avere la meglio sui problemi personali, scappando dalle cause comuni, ritenendoci soli ed in guerra con l’intero genere umano, pensando ad arricchire il “guardaroba”, gongolando sui problemi di tre quarti del pianeta, ritenendo i propri figli come una sorta di proprietà privata, utilizzando l’intelligenza a fini “bellici”, annullando ogni impulso spirituale, schiacciando le diversità, etc. la collettività è stata indotta a ritenersi “sola”. Abbandonata anche dalle istituzioni pubbliche, civili, sociali, religiose. L’uomo si lamenta sempre. Manifesta all’interno delle proprie case tutto il proprio disgusto per questa società, nella quale ogni mattina deve per forza ributtarsi per “guadagnarsi” da vivere. Ogni giorno sempre uguale. Trascinandosi verso la sera. Issandosi nel mezzo della giornata sullo scranno del pranzo “rigeneratore”. Tra mille ansie e difficoltà, problemi e vicissitudini, incontri e scontri… non è facile vedersi in questa maniera! Per niente facile, infatti non ci si vede proprio in questo modo. Ci si immagina “diversi” perlomeno nel tentativo di apparire agli altri. Ma quando in privato si fa una analisi personale del come ci si sente veramente, questa immagine "astratta" vacilla pericolosamente; la frequenza di vacillamento è determinata dalla cadenza dei problemi che si “abbattono” su di noi. In assenza di problemi la Vita che conduciamo sembra accettabile e siamo, come dire, sollevati. In presenza di problemi il panorama s’increspa pericolosamente, conducendo la persona verso un contrasto interno di “immagini” o effetto sfarfallio del proprio sé.
Agganciamo il seguente punto: ci si immagina diversi dal come si è “costretti” a vivere.
L’immagine di noi stessi che ci siamo costruiti, dunque non si sovrappone, non descrive a pieno, non rispecchia il modello di Vita in cui si è inseriti. La Vita viene condotta e “digerita” tramite lo sviluppo della volontà; volontà di andare al lavoro (ci si abitua perché sembra che non abbiamo alternative). Volontà in questo caso equivale a “sforzo” di volontà. È chiaramente una coercizione, un “fatto” imposto dalle regole, dalle consuetudini sociali. Il lavoro è un obbligo al quale non possiamo dire di no, perché altrimenti siamo considerati dei “diversi” dai nostri stessi “fratelli”. Colui che non lavora è una persona sospetta. Come fa a campare quello li? Ci si domanda. In questo modo nemmeno le immagini che ci siamo costruiti di noi stessi, non ci appartengono veramente. È una crisi di identità vera e propria. Il nostro mondo interno non è più a solo appannaggio nostro, ma è stato violato da oramai molto tempo. L’Antisistema vi è penetrato inesorabilmente, perché “egli” è nato da noi e conosce la strada per entrare ed uscire a proprio piacimento. Questo “potere” sa che noi siamo scintille divine e, perciò, ha diluito al massimo la nostra capacità creativa, il mondo delle immagini, mirando direttamente ai gangli di emanazione di un simile potenziale di co creazione della realtà. Non avendo nemmeno la piena padronanza di noi stessi a livello immaginifico, la volontà ben poco serve per realizzare i nostri sogni. Abbiamo in questo senso le “armi” spuntate, le facoltà lenite, drogate, ipnotizzate, sotto incantesimo. Non sappiamo più chi siamo, perché siamo qua e cosa vogliamo. Al posto degli “intenti” originali subiamo prima uno svuotamento, come se avessimo subito una lobotomia, e poi un’opera di sostituzione dell’originale con un insieme di paccottiglia informe senza energia:

“La lobotomia è un intervento di psicochirurgia conosciuto anche come lobectomia o leucotomia. Consiste nel recidere le connessioni della corteccia prefrontale dell'encefalo. Può essere eseguita con la variante dell'asportazione o distruzione diretta di esse. Il risultato più riscontrato è il cambiamento radicale della personalità. La lobotomia era usata in passato per trattare una vasta gamma di malattie psichiatriche come la schizofrenia, la depressione, la psicosi maniaco-depressiva o disturbi derivati dall'ansia. Oggi la lobotomia viene praticata, in una forma meno distruttiva e più selettiva, in casi di epilessia se il paziente è farmaco-resistente, e prende il nome di: leucotomia temporale anteriore”.
Fonte: Wikipedia

Lo schema da avere sempre presente è questo:

  • il nostro potere di co creazione è legato all’immaginazione
  • siamo controllati già a questo livello interno, perché la volontà non è sufficiente a vincere sull’immaginazione (il controllo non poteva limitarsi al livello della volontà)
  • pertanto l’immaginazione doveva essere “deviata”
  • per questo ogni bambino è un pericolo per questo “potere”
  • per questo ogni bambino viene sottoposto a “lobotomia” tramite le più svariate tecniche (vaccini al mercurio, corpo della madre intossicato, scuole senza senso, alimentazione sottosopra, mancato allattamento materno, televisione, etc. )
Quello che vorremmo fare ed essere nella Vita si adegua al paradigma in corso; essere “qualcuno” significa fare carriera, fare denaro, “contare” per questo motivo. Dentro di noi non c’è una sola immagine che ci rappresenta, ma diverse e, tra queste, c’è quella ideale di noi stessi. Quella più “pura” o vicina alle nostre origini. Questa immagine serve occasionalmente per confrontare il nostro stile di Vita attuale a quello ideale. Ebbene quando ci decidiamo a fare o “sentire” questo confronto, entriamo irrimediabilmente in crisi. Ecco che allora i cosiddetti problemi servono proprio per condurci con le spalle al “muro” e per indurre uno stato interno di “dubbio”. Il dubbio di questo tipo è diverso dal dubbio che ci vede protagonisti nelle scelte e nelle decisioni esterne quotidiane. Non si tratta di scegliere il colore delle pareti della cucina, ma di discernere tra due cammini esistenziali molto diversi. L’Antisistema va per questo motivo temuto e ringraziato. Egli rappresenta la “porta”; una porta che conduce verso la manifestazione del “nostro” volere in ogni caso. La differenza è tutta nella modalità con la quale la “affrontiamo”:
  • con paura e dubbio dovute al condizionamento
  • con fiducia e forza rinnovata se risvegliati a noi stessi
Perché quella “porta” rappresenta comunque la manifestazione del nostro volere? Perché solo noi possiamo scegliere “cosa fare”. Ma in uno stato di incantesimo ciò che “facciamo” è indotto da un fattore esterno.
Nel 2010 sarà mio dovere chiarire e perseguire sempre maggiormente questo messaggio di denuncia e risveglio globale. I tempi sono maturi. Il tempo è “tra di noi”.

“La felice intuizione del Prof. Couè sta in questo: non è la volontà che può mettere in moto le enormi forze subcoscienti che sono dentro di noi, ma la nostra immaginazione. Ma Couè scoprì un altro fatto con le sue acute osservazioni: la passività, l’incapacità di resistenza manifestata dal soggetto suggestionato o ipnotizzato non era la conseguenza della lotta tra lui ed il suggesionatore, come tutti i praticanti hanno ritenuto finora, ma doveva essere la conseguenza della lotta tra l’immaginazione e la volontà del soggetto, e scoprì che, in questa lotta, la volontà soccombeva sempre, senza nessuna eccezione. Anche nella Vita ordinaria, del resto, possiamo osservare in ogni istante questa lotta e la medesima sconfitta della volontà. Se soffriamo d’insonnia, il pensiero di non poter dormire e lo sforzo per riuscirvi (ricorso alla volontà) ci renderà più agitati, più nervosi, allontanando sempre più il sonno desiderato. Se noi invece ricorreremo all’immaginazione, ripetendoci dolcemente: “Io dormo, ora dormo, io posso dormire ecc.”, il sonno non tarderà a calare sulle nostre palpebre. È da questa importante scoperta che il professor Charles Baudouin dell’Università di Ginevra, discepolo di Couè, ha tratto la legge dello sforzo convertito

“Quando una idea si è impadronita della nostra mente al punto da farne sprigionare una suggestione, tutti gli sforzi coscienti fatti per resistere a questa suggestione non servono che a rafforzarla”. 
L’altra legge importante formulata dal professor Baudouin è quella della finalità subcosciente, per la quale: 
“In ogni suggestione, dopo che si è pensato al fine che si deve ottenere, il subcosciente si incarica di trovare da sé i mezzi per realizzarlo”.
Fonte: “Il dominio di se stessi” di Emile Couè